LA STORIA DI MANERBA
Dalla preistoria, data la felice posizione, l'uomo deve aver abitato a Manerba. La presenza umana è comprovata a partire dal periodo mesolitico, l'insediamento si svolse senza soluzioni di continuità durante il neolitico, l'età del bronzo e del ferro. Alcuni sostengono che etimologicamente Manerba derivi dalla dea minerva e la Valtenesi dalla "Valle degli Ateniesi".
Copioso materiale ritrovato testimonia la presenza romana a partire dal I secolo A.C. quando, nel territorio di Manerba, vennero costruite numerose ville romane. La storia di Manerba, nel basso Medioevo, e legata alle vicende della Rocca (caposaldo difensivo); fatti storici la ricordano come continuamente contesa tra Guelfi e Ghibellini, Bresciani e Veronesi; su queste vicende, romanzieri del secolo scorso impostarono i loro racconti (Leutelmonte e Valvassori Bresciani). La Rocca di Manerba cessò la sua funzione militare con il passaggio del territorio della Riviera alla Serenissima Repubblica Veneta nel XV secolo. Tale dominio durò ininterrottamente fino al 1796 (campagna napoleonica d'ltalia). Caduto l'astro di Napoleone, Manerba venne incorporata all'impero Austro-Ungarico e la definitiva liberazione venne conquistata sui campi di battaglia di S. Martino e Solferino.
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Ermoaldo: il prete che camminò sull'acqua
Ermoaldo, il primo pievano di Manerba di cui si abbia memoria, in epoca longobarda, benché di vita santa, fu accusato presso il suo Vescovo di ipocrisia, avarizia e scostumatezza. Il Vescovo recatosi in zona riconobbe che le accuse erano false, tuttavia per fugare ogni dubbio sull'innocenza di Ermoaldo desiderava che giurasse di non aver commesso le azioni di cui era incolpa-
to. Ermoaldo rifiutò di giurare e scelse di far rifulgere la sua innocenza con un miracolo: invitò ilVescovo ed il popolo a seguirlo, attraverso i prati dei Rolli e giunto in riva al lago, fatta una preghiera, entrb nelle acque e sfiorandole appena arrivò fino all'isola di San Biagio.
L'eremita dell'isola
Quando i Longobardi invasero l'ltalia, Brescia fu data alle fiamme, il Signore della citta Marco Nanio ed il figlio Antonio vennero fatti prigionieri. Ma la figlia del re longobardo Vitolfo, si innamorò di Antonio e segretamente lo sposò.
Grande fu l'ira del padre Vitolfo quando scoprì l'accaduto: ordinò che la figlia Vitilde fosse relegata sull'isola di Garda e che il giovane Antonio fosse rinchiuso nelle segrete della Rocca diManerba. Passarono gli anni e finalmente in una notte tempestosa aiutato dalla sorte Antonio riuscì a fuggire, ma la tempesta lo fece naufragare su uno scoglio. Era lo scoglio dell'lsola di Garda e qui poté riabbracciare l'amata Vitilde. Ma per maggiore sicurezza il giovane decise di vivere per un lungo periodo fra le grotte dell'isola. I pescatori da lui più volte soccorsi durante le notti di tempesta, cominciarono ad amarlo e a rispettarlo come un santo e lo chiamarono l'eremita dell'isola.
Il patto con il Diavolo
Attorno al 1200 dalla Valle del Chiese giunse a Manerba un certo Marco, mugnaio, che vista una sorgente decise di costruirvi un mulino: il lavoro non gli mancò e gli affari prosperarono.
Dopo due anni però si accorse che l'acqua veniva a mancare ed il lavoro diminuiva. Disperato Marco rivolse le sue preghiere a San Sivino e spesso si recava alla sua chiesetta. Ma S. Sivinosembrava essere sordo alle sue invocazioni e gli affari non miglioravano. Marco, sempre piu disperato, un giorno prese la sua decisione: se S. Sivino non lo avesse ascoltato si sarebbe rivolto al diavolo. E fu proprio il diavolo a rivolgersi e presentarsi a lui sotto le spoglie di un frate che gli assicurò anni di prosperità in cambio della sua anima dopo la morte. Il mugnaio accettò la proposta e firmò il contratto come il diavolo gli chiedeva, posando la mano sulla pietra su cui rimase l'impronta, cosi come vi rimase quella del piede del diavolo. Da quel momento i suoi affari incominciarono a prosperare, ma giunto il momento della morte incominciò ad aver paura di finire all'inferno, chiamò il prete e si confessò ottenendo l'assoluzione. Grande fu l'ira del diavolo che sconquassò quasi tutta la casa e se ne andb scornato non senza però aver prima tramutato i soldi accumulati in paglia. Sulla pietra del patto tra l'impronta del piede del diavolo e quella della mano del mugnaio venne fatta incidere una croce che ancora oggi si pub vedere assieme agli altri due segni.
Leutelmonte signore della Valtenesi
Erano gli inizi del 1100 e Leutelmonte, nato a Esine di Vallecamonica, regnava dalla Rocca, su tutta la Valtenesi. Se ne era impossessato e ne aveva fatto un suo feudo ed il popolo si era abituato a considerarlo come il proprio signore, a lui pagava i tributi e da lui riceveva le leggi ed i feudatari vicini preferivano averlo come amico piuttosto che come nemico. Era stato infatti un terribile assassino che spargeva il terrore ovunque passava. Poi un giorno gli era accaduto di liberare Engarda, dal signore di Breno che la teneva prigioniera, figlia del signore di Brescia, Ardiccio degli Aimoni e l'aveva condotta con se nel castello della Rocca di Manerba, assicurandosi così la gratitudine del magistrato cittadino. Gli abitanti della Valtenesi parlavano di lui
come si parla di un eroe, usciva di rado dal suo castello e scendeva a percorrere la spiaggia solitaria o usciva in barca sul lago ed appariva come un signore duro e superbo ma nobile e generoso.
Fino al giorno in cui nel turbinare delle lotte feudali tra Valvassori,in una fitta rete di intrighi e diinganni egli fu indotto a prendere le armi contro la città di Brescia e radunati circa 7000 uomini marciò con Giraldo e Mazzucco, suoi amici, alla volta della citta per impadronirsene. Ma il suo esercito, giunto alle porte della città fu sconfitto dalle truppe raccolte da Ardiccio e trovò la morte in combattimento.
Le passioni, i dolori, le avventure di questo leggendario personaggio hanno ispirato a Lorenzo Erculiani, i due romanzi storici "I Valvassori Bresciani" e "Leutelmonte".
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