Le informazioni che trovate qui di seguito, sono state prese dall'opuscolo "Capovalle un tuffo nella storia" redatto dallo Biblioteca Comunale. Il libretto è suddiviso nei seguenti capitoli:
  1. Nascita di Hano
  2. Capovalle "Un paese senza storia?"
  3. Capovalle "le origini"
  4. Capovalle "I toponimi"
  5. Capovalle XII secolo la dinastia dei Lodron
  6. Capovalle Medievale
  7. Capovalle "Paese di confine"
  8. Capovalle "un tuffo tra gli archivi"
  9. Capovalle "il nostro secolo"

Nascita di HANO
“Paese dei sospiri”

Fino a qualche anno fa, e molti lo ricordano ancora, Capovalle veniva chiamato Hano.
Sull’origine di questo nome, varie sono state le ipotesi formulate, ma quella che più ci è piaciuta è stata una leggenda popolare che vogliamo raccontare.
Capovalle è adagiato in una conca anticamente incolta, coperta da cespugli e foreste, ed in questa terra nessuno voleva dimorare per paura delle fiere che abitavano la selva. Quando pastori e boscaioli salivano le pendici dello Stino e del Piombino, giravano al largo e non si soffermavano in questo luogo se non costretti. Però era credenza diffusa in quella gente che sotto quelle zolle e sotto quei cespugli ci fosse l’oro. Un giorno, la guerra spinse due boscaioli a rifugiarsi nelle valli, questi cercando lavoro, finirono in Valle Sabbia. Qualcuno disse loro: “Andate nella conca dello Stino e troverete l’oro sotto i cespugli.” I due boscaioli s’incamminarono per i sentieri scoscesi che portano alla conca. La natura li invita a riposare a raccogliere lamponi, fragole, mirtilli, ma soprattutto a cercare. “HA ….. NO” sospiravano pensando all’oro sotto i cespugli, la terra era piena di ciclamini, di anemoni, di rododendri ma dell’oro nemmeno la traccia. “HA …. NO” sospiravano di nuovo mentre la fronte gocciolava di sudore e la mente era concentrata sull’oro. Intanto la conca si apriva non v’era più il lago che rifletteva le montagne le cui cime ricoperte di neve erano del colore dell’aurora. Facevano capolino nuovi monti: la Corna Blacca, il Baremone, il Dosso Alto, la cima Parlessi. “HA … NO” sospiravano ancora non volendo fermarsi ad ammirare il panorama.
Davanti a loro si aprì improvvisamente la bellissima conca di Capovalle, chiusa fra i monti Stino e Manos e all’orizzonte si stagliava la catena del Baldo. Uno dei due boscaioli esclamò a gran voce “Finalmente siamo arrivati e se non ci hanno ingannati sotto le zolle troveremo questo benedetto oro”. Cominciarono quindi a scavare, a strappare l’erba, a frugare fra i cespugli, ma non trovarono nulla, lasciarono quel luogo e proseguirono per qualche tratto, scavarono ancora e poi ancora…. Nulla. I due boscaioli scavarono dappertutto senza mai fermarsi non si arresero e continuarono la loro ricerca anche se con sempre meno speranza. Dopo alcuni mesi, finalmente, dalle zolle tormentate spuntò qualcosa ma non era oro, erano fili d’erba che crescevano dritti. Giunti a maturazione si aprivano e davano la spiga, era nato il grano. “E’ l’oro è questo l’oro” esclamavano finalmente i due boscaioli. Dopo il primo raccolto la notizia si sparse in tutta la valle ed altri uomini accorsero nella conca costruendovi le prime abitazioni. I nostri due amici boscaioli pionieri del nostro paese che avevano rinunciato nella salita a godere delle bellezze che offriva loro la natura lasciarono a noi la frase “HA … NO” a nome del paese che si chiamò HANO.

Capovalle
"Un paese senza storia ?"

Quasi impossibile determinare in quale epoca della storia l'uomo abbia fatto la sua comparsa sul nostro territorio. Tant'è che fra i Capovallesi ricorre spesso il detto: "Capovalle è un paese senza storia!". E questo è da attribuire al fatto che mancano documenti e fatti probatori atti a stabilire l'epoca di riferimento. L'Atlante Valsabbino, racconta del ritrovamento nel 1947 di alcuni reperti archeologici ad opera del geologo Angelo Pasa del museo di Storia Naturale di Verona, in una località posta tra il monte Manos e la cima Ingorello, consistenti in due manufatti di selce, che potrebbero far risalire, per le loro caratteristiche, al periodo neolitico o all'età del bronzo.
Ma la loro importanza è sempre stata ritenuta alquanto relativa e per nulla probatoria delle epoche cui rapportabili, in quanto il rinvenimeto degli stessi fu considerato del tutto casuale e da riferirsi ad oggetti abbandonati.
Giustamente, si ritiene non valido il riferimento degli stessi con il periodo di origine del nostro villaggio.
In alcuni documenti relativi ad avvenimenti storici nazionali ed europei e su alcune carte topogeafiche del XV° e XVI° secolo, "HANO" viene indicato come passaggio più o meno obbligatorio per gli spostamenti tra la Valle Sabbia il Garda ed il Trentino, attribuendo allo stesso l’appellativo di"PASSO".
Quanto sopra risultava avvalorato dal fatto che le truppe in trasferimento preferivano percorrere i nostri valici, riuscendo ad elidere la sorveglianza delle vie di maggior comunicazione onde evitare scontri armati. In tali avvenimenti il piccolo ed indifeso villaggio diveniva facile preda per i saccheggi delle milizie, cui spesso si aggiungevano le razzie poste in atto dagli abitanti dei paesi vicini.
Riteniamo pertanto che, la posizione geografica, il conseguente isolamento, il mancato sviluppo e quanto sopra indicato possono essere i motivi fondamentali della quasi assoluta mancanza di documenti e reperti atti a ricostruire l'origine più antica. .
I pochi riferimenti, cui fare cenno, risultano essere: una lampada ad olio di metallo, trovata custodita in una tomba in pietra locale venuta alla luce nell’anno 1923 durante le opere di scavo per la costruzione di una casa nella zona alta della contrada di Vico, ed altre tombe rivenute negli anni 60/70 e che l’archeologo Berna Dr. Giovanni basandosi sulla descrizione ha fatto risalire all’epoca Altomedievale (600/900 DOPO Cristo).

Capovalle
"Le Origini"

Ma se non ci è possibile trovare antichi riferimenti circa le origini dei nostri primi abitatori vogliamo cercare di risalire nel tempo interpretando la derivazione di toponimi maggiormente significatici della nostra zona.
Alcuni studiosi hanno ricercato l’etimologia; del nome “HANO” nella contrazione del latino “JANUA” (porta o passaggio) per la sua funzione di transito verso il Garda ed il Trentino. Altri ancora la classificarono di origine Celtica o Preceltica.
Sicuramente romane sono le voci “VICO” (Vicus = Villaggio) e “VIE” (Viae = incrocio di strade) termine quest’ultimo che è rimasto ancor vivo nella nostra terminologia dialettale (Vie infatti significa strade).
Più incerta risulta essere invece l’origine del nome “ZUMIE” che alcuni vogliono far derivare dall’armeno “ZUN” (recinto abitato) altri invece lo vogliono derivato dal latino con il significato di “Giogo dei monti valico o sommità tondeggiante di un monte”. Il termine dialettale “ZUF” (giogo) e la vicina località “ZU” potrebbero indurci a scegliere quest’ultima derivazione come del resto è stato appurato per altre due contrade di Vico e Vié. Sicuramente di origine latina i nomi Castello di Vico e di Zumié. Non a caso queste due collinette si chiamano così. Molti studiosi di storia attribuiscono grande importanza a queste località, qualcuno sostiene che una volta quassù si trovassero due fortezze, ipotesi avvalorata anche dal ritrovamento casuale da parte di un archeologo di materiali ceramici di epoca tardoromana, altomediovale. Le zone sono ora messe sotto tutela della sovrintendenza ai beni culturali.
Alcuni anziani di Capovalle ci riferiscono ricordi dei lori padri e nonni, secondo cui al castello di Vico, durante i lavori di fortificazione in previsione della prima guerra mondiale, fu ritrovato del vasellame.

Capovalle
“I Toponimi”

Continuando nell’esame dell’etimologia dei nomi, riallacciandoci alla posizione geografica ed all’isolamento cui andava soggetto il nostro paese, troviamo una netta diversità fra toponimi locali e quelli dei paesi confinanti.
A Treviso Bresciano, ad esempio, pochissimi sono i luoghi che contengono nella loro denominazione le vocali “ü” ed “ö”, mentre lungo il percorso Idro-Capovalle Valvestino, incontriamo le località “Söche”,“Ingüre”, “Pü”,“Möraghe”, “Malfüra” “Gü”, "Lantöma” "Mangaiü”, “Val de Füs”, “Val Emprüna” e le “Pöre”.
Gran parte di questi toponimi hanno un significato atto ad indicare un punto di riferimento: “Ingüre”, ad esempio, sta ad indicare “dove si fa fatica a passare”, “MANOS” indica il punto “da dove sorge il sole”

I “CENOMANI”

L’origine della gran parte dei toponimi appena citati è da attribuirsi al popolo dei “CENOMANI” essi parlavano una lingua dura dove tornavano frequenti la "U" e la "O" ancora oggi presenti nel nostro dialetto. Scesi dal nord verso il 300 A.C. facenti parte di un gruppo di tribù celtiche, i Cenomani si scontrarono con le popolazioni locali della Val Padana, nonché con i Romani che li chiamarono Galli. Una parte di loro si stabilì nella Lombardia Orientale.
Fondarono parecchi villaggi, il più grande si chiamava “BRICIA” (l'odierna Brescia). Qui stabilirono la loro piccola capitale dopo alcuni decenni tentarono di spingersi oltre il Garda, ma senza risultati per l'opposizione delle popolazioni venete.
Verso il 200 D.C., i Cenomani furono costretti ad accettare la protezione di Roma, finendo poi per essere sottomessi. Iniziò quindi il dominio di Roma sul territorio Bresciano.

I "ROMANI"

Già nel 43 A.C., i Romani consideravano Vobarno una località di confine. Lo attesta una lapide conservata nel museo romano di Brescia sulla quale si legge che:
“PUBLIO ATINIO DELLA TRIBU’ FARIA E’ MORTO A VOBARNO SUI CONFINI D'ITALIA”.
In questi secoli anche sul territorio bresciano si iniziò a parlare la lingua latina.

I “LONGOBARDI”

Nel 568 A.C. i Longobardi invasero l’Italia stabilendo la loro capitale a Pavia. Anche loro ci hanno lasciato in eredità toponimi come Fobbia (passo) e Gas (area disboscata).

Capovalle
XII SECOLO LA DINASTIA DEI LODRON

A partire dal 1189 nell'attuale Trentino sud occidentale ed in Valvestino dominavano i "Conti Lodron". A causa della linea di confine non ben definita, ci fu un lungo periodo di duri contrasti fra i Lodron ed i paesi confinanti, sopratutto con Bagolino.
Nel 1753 la Serenissima Repubblica di Venezia, che dominava sulla provincia di Brescia e Maria Teresa d'Austria stipularono un accordo per stabilire definitivamente una linea di delimitazione.
Questa, partendo da Bagolino, giungeva sul monte Carzen e da lì verso il Carda per arrivare a Cadria.
Trentasei cippi delimitavano il territorio: da una parte la Serenissima, dall'altra l'Impero Austro Ungarico.
Questa situazione perdurò tranne qualche scaramuccia, fino al 1915.
Ancora oggi alcuni di questi antichi cippi separano il nostro Comune da quello di
Valvestino.

Capovalle
MEDIEVALE

I primi documenti che parlano con certezza di un villaggio chiamato HANO, risalgono per quanto ne sappiamo al 13 novembre 1200 e riguardano le decime di Vobarno (tasse che si pagavano anche in natura). Vi si legge una frase in latino medievale che tradotta dice più o meno così:

“quelli di Vestino pagano una/ una sola trave e la trascinano fino al ponte e la posano sul sito di confine ... e quelli di Hano trascinano quella e l’altra fino al ponte.”

Fu probabilmente in questo secolo che gli abitanti di Hano costruirono dei tunnel sotterranei che consentivano di raggiungere le abitazioni vicine senza uscire di casa. Ancor oggi nella contrada di Vico gli anziani ricordano con precisione di aver percorso i detti tunnel durante i loro giochi d’infanzia.
Oggi questi sono quasi completamente distrutti, ne rimane qualche spezzone che riaffiora ogni tanto in qualche stalla o cantina durante dei lavori di restauro. Non si conoscono gli scopi di quest’opera tanto laboriosa ma è abbastanza facile ipotizzare che essi rappresentassero dal prima una sicura via di fuga in caso di assedio da parte di qualche esercito nemico in secondo luogo erano caldo rifugio in quanto d inverno a 1000 metri d’altitudine per la neve ed il freddo assediavano gli abitanti. Altro motivi poteva essere la paura degli animali feroci come orsi o lupi che sicuramente abbondavano in quei tempi.

I “VISCONTI”

Nel 1337 Azzonte Visconti occupò Brescia; iniziò così la signoria Viscontea.
Nel 1354 la Valsabbia venne lasciata in eredità a Bernabò Visconti. Il territorio fu diviso in quadre, Hano venne incluso invece nella comunità della riviera del Garda, insieme con Idro, Treviso Bresciano, Provaglio, Sabbio, Vobarno, Degagna, e Volciano. Ogni quadra aveva uno statuto proprio coordinato da quello dell'intera comunità.

“LA REPUBBLICA Dl VENEZIA”

Nel 1440 dopo vari screzi manifestati dalla gente bresciana nei confronti dei visconti, la Serenissima Repubblica di Venezia, conquistò la Valsabbia che entrò quindi a farne parte. Anche Venezia divise il territorio in quadre; Hano entrò a far parte della quadra di montagna. Furono decenni di ripresa economica per gli abitanti del nostro comune. Venezia concesse parecchi benefici: “esenzioni dal pagamento dei dazi sui commerci, dall'obbligo di alloggiare milizie, sale gratuito ed altro ”.

“Il passaggio dei LANZICHENECCHI ”

A guastare la tranquillità, transitò in Italia nel 1526, Giorgio Frundsberg, un tedesco alla guida di 14.000 soldati con intenzioni bellicose nei confronti della Chiesa, diretto a Roma con l'intenzione di eliminare il Papa. Attraversò la Valle Giudicarie, tentò di transitare da Rocca d'Anfo in quel momento molto ben armata, ma dovette tornare sui suoi passi e rifugiarsi dai Conti Lodron. Studiò la situazione e decise di attraversare le montagne. Quindi il 16 novembre trasportato a spalla dai suoi soldati a causa del percorso troppo difficoltoso per lui, attraversò il monte Calva giunse a Stino, e quindi ad Hano, dove la sera fece sosta. Al mattino successivo ripartì per Treviso Bresciano, non senza prima aver distrutto Hano. Giunse a Gavardo il 19 novembre, per poi proseguire il suo cammino verso Roma distruggendo un pò ovunque specialmente le chiese, dove pernottava, riparandovi pure gli animali. (forse questo è uno dei motivi per cui nella parrocchia di Capovalle non ci sono documenti risalenti a prima del 1535).

Capovalle
“PAESE DI CONFINE "

Il dominio Veneziano durò fino al 1797 quando Napoleone conquistò l'Italia e fondò la Repubblica Cisalpina. Hano divenne allora frazione di Idro.
Dopo la sconfitta di Waterloo ed il congresso di Vienna del 1815, la Lombardia fu annessa all'Impero Austro-Ungarico, finché Garibaldi con i suoi cacciatori delle Alpi sconfisse le truppe imperiali

“IL PASSAGGIO DI GARIBALDI”

Giuseppe Garibaldi, nel luglio 1866 avanzò lungo la valle del Chiese, e dopo numerose battaglie conquistò Storo e la Val di Ledro. Salendo da Idro per raggiungere la Valvestino occupata dagli Austriaci e percorrendo il vecchio sentiero che conduceva ad Hano, le camice rosse misero in atto uno dei trucchi tattici a cui essi erano soliti.
Giunti al valico chiamato “CLOC” (sopra l'attuale galleria), aggirarono più volte la sommità della montagna allo scopo di farsi notare dal nemico per fargli credere di trovarsi di fronte ad un gran numero di soldati.
L'allora sindaco di HANO Piccini Giacomo saputo dell'imminente arrivo delle truppe garibaldine si fece premura di accoglierle nel migliore dei modi, manifestando il proprio benvenuti, andò ad attenderli a metà strada, unitamente ai componenti del consiglio dispiegando lo stendardo comunale.
Si ebbero combattimenti a Stino, a Bocca di Valle e nei pressi di Hano; la colonna proseguì poi attraverso Messane per la Valle di Ledro. Il 15 luglio 400 volontari giunsero a Magasa attraverso la valle di Toscolano. Il giorno dopo proseguirono per Tremosine e quindi per la Valle di Ledro, dove si ricongiunsero con i precedenti e con il Generale Giuseppe Garibaldi. Il 2 luglio tutti insieme marciano ordinati verso Riva del Garda e Arco. Ed il 25 luglio il Generale Garibaldi riceve la notizia dell'armistizio e l'ordine di ritirarsi a cui egli risponde con l'ormai famoso “OBBEDISCO ”.
Dopo questi fatti in base agli accordi tra Austria ed Italia circa i confini, la Valvestino avrebbe dovuto essere annessa all’Italia in quanto essa risultava separata dal Trentino da montagne che sfiorano i 2000 metri di quota, e molto più vicina alla terra Bresciana; se non che i parroci della valle convinsero gli abitanti a chiedere alle rispettive autorità di rimanere austriaci, probabilmente in seguito al fatto che i sacerdoti erano di nomina austriaca.

Capovalle
“Un tuffo tra gli archivi.”

Molto dura doveva essere la vita dell'uomo nei secoli che hanno preceduto il nostro, ancor più difficoltosa per coloro che vivevano la loro esistenza sulle montagne. La vita era strettamente legata alla natura, molto sensibile quindi alle mutazioni meteorologiche, un anno di siccità oppure di eccessiva pioggia sconvolgeva in maniera determinante la povera economia locale. La mancanza delle più elementari norme igieniche e di conoscenze mediche, rendevano l'uomo ancor più impotente di fronte alle difficoltà di tutti i giorni. Continue pestilenze, carestie, guerre e saccheggi, rientravano nella normalità. A testimonianza di ciò rimangono alcuni documenti del 1505 riguardanti la zona del Garda che riferiscono precise informazioni circa il numero di persone che vivevano nel nostro villaggio.

Hano ha anime utili:
dai 18 anni fino alli 50 84
putti fino alli ani 18 141
homeni da anni 50 in suso 22
donne in tutto 264
totale 511

Colpisce fortemente la sproporzionata differenza tra il numero di bambini 141 ed il numero degli ultra cinquantenni 22, dunque solo 22 uomini su un totale di 511 persone avevano varcato la soglia dei 50 anni.

Stando ai diari di alcuni personaggi di ordine religioso che visitarono la nostra parrocchia, in quegli anni, tra cui il Cardinale milanese S. Carlo Borromeo, qui il 5 dicembre 1560, si contano 400 anime, 460 il 4 maggio 1580, 410 nel 1657 in netta diminuzione a causa della peste del 1630.
Nell'anno 1560, il sacerdote Giacomo Pandolfi, incaricato di visitare tutte le chiese della Valle Sabbia, lasciò un memoriale nel quale venivano descritte le precarie condizioni della parrocchiale di Hano dedicata a S. Giovanni Battista.
Lasciò ordini circa gli acquisti e le riparazioni da farsi in quell'anno, attestando la presenza di una chiesa con più altari in paese, e di una seconda con due altari a S. Rocco, di cui oggi non esiste traccia alcuna. La chiesetta parrocchiale, divenuta col tempo insufficiente e pericolante, fu sostituita dall'attuale, edificata dal 1724 al 1731, e consacrata nel 1748.
Promotore sostenitore dell'opera, portata a termine in solo sette anni, fu Don Gerolamo Bernardi da Gargnano, parroco dal 1723 al 1753.
Don Gaudenzio Squaratti curò l'ampliamento del Santuario di rio Secco, eseguito su progetto del Geom. Marsilio Vaglia ed inaugurato con feste solenni il 5 agosto 1928 dal Vescovo ausialiario Mon. Emilio Bongiorni.
Molto interessante é pure quanto ricavato dall'archivio parrocchiale di Capovalle, gentilmente messoci a disposizione dal Reverendo Don Basilio.
Si inizia con un atto di matrimonio datato 25 novembre 1535 in cui si dice:

Pietro figliolo di Jacomo Capelletti ha contratto matrimonio per verba de presenti con Maria figlia della Domenica Bosino e del Gratiotti nella chiesa parrocchiale di Hano, alla presenza di me Benvenuto Beltrame Rettore de sudetta chiesa presenti per testimoni Batta G Agostin
Molino et Simon G Pietro Lombardo.
Secondo l'Ordine del Sacro Concilio di Trento la prima denunzia fu alli 4 la 2° da alli 11 la 3° a alli 18 tutti i giorni di domenica del suddetto mese.

Per denunzia si intende che il Concilio di Trento ordinava ai sacerdoti di pubblicare verbalmente dall'altare durante le funzioni i futuri matrimoni.
E' interessante notare come molti cognomi, nonostante le distorsioni date da un linguaggio diverso e dall'imprecisione, fossero comunque presenti, é il caso ad esempio dei Molino che poi diventano Molini e verso il 1728 Amolini. Degli Zorzi che divennero poi Giorgi. Ritornano frequenti gli Arighetti i Reghetti ed in fine Righetti. Ai Beltrame, Dosso e Magagnino, e Lombardo viene solo sostituita la lettera finale con una l. Frequenti pure i Fosina, che solo nel secolo scorso divennero Fucina, numerosissimi i Cappelletti che scomparvero però nel secolo scorso. Presenti i Da l'Era ed infine Dallera nel 1728. Numerosi pure i Testa fin dal 500. Compaiono solo nel 1750 i Pizzini che poi sono i Piccini Colossi non erano dei giganti, ma solo gli odierni Colosi. Nel 1837 compare uno Spiller Cristian di anni 36, figlio di Matteo e Caterina Azzolina da Canova Vicentino, il quale sposa Angela Piccini di anni 22. Nel 1846 un suo fratello, Spiller Jacop sposa una Andreoli di Moerna e da allora gli Spiller sono presenti a Capovalle. Pure i Bertanzetti ed i Graziotti compaiono sui registri fin dal 1600.
Altri cognomi frequenti nei secoli scorsi erano i Bertazzi, Tonoli, Bosini, Rossi, Zola, Salvatti, ed altri ancora in numero minore.
Una curiosità: i Battista erano chiamati Batta ed i Giovanni Zuan.

Nel 1790 c.a. nascono ad HANO circa una quindicina di bambini.
Nel 1837 n°24
Nel 1839 n°16
Nel 1841 n°29
Nel 1853 n°34
Nel 1860 n°30
Nel 1864 n°17
Nel 1870 n°19

Dei 34 nati nel 1853 ben 6 muoiono entro pochi giorni, 3 a pochi mesi, ed alcuni entro i 5 anni. Le morti purtroppo erano comunque frequenti a qualunque età.
Si riportano pure le cause della morte, che ovviamente non vanno prese sul serio, non sono diagnosi vere e proprie, la credenza popolare attribuiva la morte dei bambini alla “Febbre verminosa” “Febbre Puritiva” “Tosse verminosa” “Diarrea”.
Tra gli adulti si notano le morti per Asma, Angoscia, Anoressia, Melanconia, (malinconia o depressione) Affezione scorbutica, Salso, in qualche caso Vaiolo ed infine nel secolo scorso, già si parlavi di qualche caso di Cancro. Nel 1840 la morte di un bambino viene attribuita alla “Cattiva organizzazione del corpo” e nel 1845 un ottantacinquenne di patria ignota sarebbe morto per “Decrepitezza”.
Giorni difficili quindi per i nostri Avi, l'economia era basata quasi esclusivamente sullo sfruttamento delle montagne e sull'agricoltura, ma l'attività che forse rappresentava la sopravvivenza era per eccellenza, l'allevamento del bestiame. Per quei tempi, infatti, coloro che possedevano un poco di terra e qualche capo di bestiame erano considerati come minimo Benestanti. Sui registri degli atti di morte che vanno dal 1816 al 1838, viene descritta la condizione sociale di ognuno. I più in alto sembra fossero “ POSSIDENTI “ seguiti poi dai “ CONTADINI ”, “CARBONAI ”, “POVERI ”, “ACCATTONI ”, ed infine “MISERANDI ”.

Capovalle
"IL NOSTRO SECOLO"

Ascoltando gli anziani parlare tra di loro è frequente sentirli confrontare i nostri giorni con gli anni della loro gioventù e sentile frasi del tipo “Com'é cambiato il mondo”. Mai come nell'attuale secolo si é visto mutare radicalmente il sistema di vita e di conseguenza l'ambiente in cui l'uomo vive ed opera tutti i giorni.
Confrontando l'attuale paesaggio con quello di due cartoline di fine 800 che ritraggono Hano, si nota una notevole differenza. Le montagne sono quasi completamente spoglie di vegetazione, i boschi attuali erano prati e pascoli da cui i nostri Avi ricavavano quanto era loro indispensabile per vivere. Quasi ogni famiglia anche la più la povera possedeva una casa con annessi fienile, stalla cortile e orto. Le montagne erano piene di gente e animali. Per una buona parte dell'anno le cascine erano tutte abitate, si usava condurvi i bovini per consumare direttamente sul posto il foraggio accumulato d'estate. Nel tardo autunno freddo e neve trovavano i montanari rifugiati in paese.
Ognuno si sforzava di essere autosufficiente e si cimentava in qualsiasi mestiere. Non esistevano o quasi operai che avessero un lavoro fisso. Chi non viveva della propria agricoltura emigrava in primavera come carbonaio o boscaiolo ed al ritorno in autunno si dedicava alle attività casuali giornaliere come aiutanti a chi ne abbisognava al momento le famiglie erano numerosissime le contrade brulicavano di bambini e ragazzi. Nelle sere invernali giovani, vecchi e bambini si riunivano nelle tiepide stalle alla luce di un lumino ad olio o di lampada a petrolio.
Le donne rattoppavano i poveri indumenti, lavoravano a maglia o filavano la lana (forse da qui il nome “filò” che significa ritrovarsi di sera nella stalla). Gli uomini erano impegnati in qualche attività manuale, molti lavoravano il legno per ricavarne suppellettili e attrezzi da Lavoro, ciotole, mestoli, stampi per il burro "Fasere" per le forme di formaggio, carriole, rastrelli ecc. Persino zoccoli e "sgarmere" (scarpe con suola di legno e la tomaia di cuoio) i più giovani passavano il tempo giocando a carte, era molto apprezzato il gioco del "Cucu". Appena il tiepido sole riscaldava la terra e la natura assumeva i colori primaverili, era il momento di uscire dalle rustiche contrade e ricominciare le attività agricole, frutto ed espressione di un antico sapere che da secoli l'uomo si tramandava di generazione in generazione. Le montagne si riempivano di gente e di animali, erano quelle montagne che permettevano a tutti di vivere. Il rispetto della natura, la pulizia dei boschi, dei sentieri e dei prati erano premesse di vita.
Da Manos, Carzen e Stino il fiello magro veniva portato in paese a spalle, spesso anche da donne e bambini dove veniva immagazzinato per l’inverno, o mescolato con quello di qualità migliore oppure veniva consumato da muli o cavalli. Nei giorni di mercato, si partiva alle 2 del mattino per recarsi nei paesi di fondo valle. Molto frequentata era la via della Fobbia che poi, attraverso la Val Paigle, raggiungeva Eno, Degagna e Vobarno.
Si trasportavano i prodotti locali, poi venduti per acquistare altri generi di consumo, zucchero, olio, vino, sale, ecc. Il Vino veniva trasportato a dorso di mulo con le "BAGHE" (otri fatte con pelli di capra rovesciata e fatta seccare, conteneva circa 50 litri). L’unità di misura per pesare il fieno era il "CAR" = 8 Q.li. Per la frutta secca, fagioli ,castagne, ecc. si usava un cesto fatto con le radici di abete intrecciato chiamato "COP" (circa 3 Kg) oppure la quarta = 10 Kg.
Numerose sono le storie che narrano i nostri nonni in cui si parla di contrabbandieri. Essi attraverso la strada di Stino passavano da "VALDES" per eludere i controlli della finanza che stazionava nella caserma sulla strada di Moerna. Sale, tabacco, zucchero e generi alimentari vari venivano nascosti nelle "base de fe " o nel "fasì" della legna. Nel territorio Capovallese almeno una ventina di "Calchere" cuocevano la calce destinata ad essere materia legante per la costruzione dei muri in pietra locale. Si dice che le strade della Selva siano le più antiche di tutto il territorio, in quanto almeno una decina di calchere come pure le fornaci da cui si ricavavano tegole e mattoni si trovavano in quella zona. La Selva forniva inoltre il legname indispensabile per tali opere, i materiali venivano quindi trasportati con le "TRÖSE" trainate dai muli o cavalli, fino al 1914 ad Hano non esistevano carri a causa della mancanza di una strada attraverso cui avrebbero potuto giungervi.
Giungiamo così al 1907, anno in cui Hano prese il nome di Capovalle, per motivi che tutti comprendiamo il consiglio comunale, presieduto dall'allora sindaco Lombardi Pietro, dopo aver ascoltato il parere dei concittadini decise di chiedere l'autorizzazione al cambio di nome. Il 20 novembre una lettera della prefettura comunica che la proposta é stata accettata: Hano si chiamerà d'ora in avanti Capovalle. Nel 1914 I'attentato a Sarajevo in cui muore l'arciduca ereditario Ferdinando, é la scintilla che fa scoppiare la prima Guerra Mondiale.
Capovalle é ancora paese di confine con L’IMPERO AUSTROUNGARICO; tale posizione rende necessaria la presenza di numerose caserme prima fra tutte la caserma della finanza a Zumié (attualmente casa Lombardi Antonio in via C. Battisti n°2a) che nel 1900 contava 18 guardie. Ricordiamo poi la caserma dei carabinieri, sempre a Zumié (attualmente casa Fucina Claudio in via Roma), nonché alcune caserme di presidio militare a Coccaveglie, in Fobbia, ecc.
Alle prime ostilità viene dislocato a Capovalle il 62° reggimento di fanteria. Il paese è trasformato in un presidio: case, fienili, persino i solai e la chiesa adibiti a provvisorio rifugio per i militari.
Essi, aiutati dalla gente del paese (pagata dallo stato) fortificano la linea di confine, costruiscono la galleria di Vantone e poi la strada di Capovalle (salendo da Vantone) fino ad allora inesistente, le strade che portano verso la Fobbia sui monti Manos, Carzen, la strada di Stino, nonché altre mulattiere ancor oggi praticabili, ed altre opere minori come fontane ecc. Si dice che a Stino furono piazzati dei cannoni di legno per far credere agli austriaci che tutto era pronto per una guerra in piena regola, riuscendovi tanto bene al punto che l'esercito nemico decise di ritirarsi dalla Valvestino senza combattere (il motivo reale della ritirata austriaca dalla Valvestino fù probabilmente la posizione in quanto era come una penisola in territorio nemico, molto difficile da difendere). Vista la ritirata, i militari italiani occuparono con estrema facilità la Valvestino, e vennero poi trasferiti in altro luogo. Il 20 dicembre 1920 Capovalle vede transitare il Re VITTORIO EMANUELE 3° che raggiunse poi Bondone e Storo attraverso la Valvestino.
Finalmente il 26 settembre 1920,dopo la fine della guerra, il Trentino viene assegnato all’Italia. Non c'è più il confine, la caserma della finanza viene eliminata, così pure nel 1925 quella dei carabinieri, successivamente vengono vendute a privati.

Durante i primi decenni del secolo, Capovalle inizia a cambiare completamente la sua immagine, da paesino sperduto tra le montagne ma importante (in quanto paese di confine), a paese non più di confine ma forte di una nuova strada, e di una modesta rete di strade mulattiere. Nel 1911 supera seppur di poco i mille abitanti. Essi vedono nascere nuovi edifici e parecchie importanti opere di interesse pubblico, prima fra tutte la costituzione di una società idroelettrica nel 1923 da parte di alcuni privati di Capovalle e Valvestino. Essa costruisce una centrale in località "VANGONE" (in Valvestino). Viene quindi erogata l'energia elettrica pure a Capovalle. Tale società fallisce purtroppo dopo qualche anno, e così con delibera del 27 marzo 1931 avviene il contratto tra il comune di Capovalle e un nuovo gruppo societario. La fornitura di energia avverrà solamente di notte, ci si accorda per n° 40 lampadine pubbliche da 10W (allora i Watt erano chiamati candele), n°7 lampadine per l'ambulatorio, le scuole e gli uffici comunali. Il totale di energia impegnata dal comune per le suddette 47 lampadine fù di 675 W. Il costo annuo era di £ 1.075 da pagare in due rate semestrali, pari a £ 2 per ogni lampadina pubblica e di £ 1 per gli uffici comunali. Nel 1932, su proposta dell'Arciprete Don Gaudenzio Squaratti si fornisce elettricità alle scuole, dalle 7 di mattina alle 7 di sera con interruzione tra le 12 e le 14. Era prevista una penalità in caso di mancanza di energia per un periodo superiore a 8 giorni.

Nel 1929 il sig. Dallera Alessio costruisce sopra Vico una segheria a vapore, sfruttando l'acqua delle sorgenti che abbondavano nella zona. Dopo poco tempo però è costretto a chiudere a causa dell'elevato consumo della caldaia. L'edificio viene quindi acquistato dai fratelli Tabarelli di Vobarno e successivamente dal Sig. Giorgi Primo. Durante la prima guerra mondiale a Capovalle funzionava una linea telefonica militare. Nel 1930 essa fu convertita in linea civile e furono installati n°2 apparecchi.
Durante il periodo fascista e precisamente fra il 1934 e il 1935, il Comune con un mutuo di
£ 120.752, costruì il nuovo edificio scolastico. In quell'anno risultavano iscritti ben 140 alunni.

CAPOVALLE
"LA 2° GUERRA MONDIALE"

Oggi a poco più di mezzo secolo dalla fine della più disastrosa delle guerre che hanno coinvolto l'umanità, è ancora viva nel ricordo degli anziani la sofferenza di quegli anni. I giovani furono chiamati alle armi, molti tornarono e a fatica tentarono di iniziare la vita di sempre. Su di un ingiallito foglio di quaderno ritrovato recentemente, datato 1946, si legge: "siamo nella miseria più nera, appena usciti da cinque anni di guerra, non si può far niente, passaporti per l'estero chiusi e otto mesi fa l'invenzione della bomba atomica ha messo fine alla tremenda guerra".

EPOCA FINANZIARIA:
La farina costa 8000 al Q.le
Il burro costa 600 al Kg.
Il sale costa 700 al Kg.
La pasta costa 80 al Kg.
Il tabacco 1.000 al Kg.
Giornata di un operaio £.250 circa.

Non ci vuole tanta fantasia per capire come viveva la gente che doveva spendere più di due giornate di lavoro per un Kg di burro, trentadue per un quintale di farina, e circa tre per un Kg di sale.
I decenni successivi portano ovunque un notevole sviluppo economico e di conseguenza il benessere. A Capovalle il tempo non passa di certo inerte. Negli anni 60/70, dopo la costruzione della nuova strada e di una nuova linea elettrica, i cantieri edili trasformano radicalmente il Capovalle di prima rendendolo quasi irriconoscibile.

Fotografie degli inizi '900 (da ammirare!)